Lotta alla violenza economica contro le donne

Il percorso inizia nel 1979, con la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne.

Si tratta del più importante strumento internazionale giuridicamente vincolante per la promozione dei diritti delle donne.

In essa, tuttavia, i concetti di violenza, violenza di genere o violenza domestica non vengono esplicitamente menzionati e, anche nel dibattito sociale, vengono tralasciate le sue cause e conseguenze sociali in senso più ampio.

Mentre l’affermazione dei diritti all’eguaglianza e del divieto di discriminazione sono parte integrante del sistema dei diritti umani sin dagli inizi, il tema della violenza contro le donne entra nel dibattito internazionale su questi temi solo molto tardi: il documento più importante è la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 culminata nella Conferenza di Vienna sui diritti umani.

In sostanza è il primo strumento internazionale in assoluto che affronta esplicitamente il tema della violenza contro le donne.

La Dichiarazione fornisce per la prima volta una definizione ampia della violenza contro le donne, ovvero: “qualunque atto di violenza basato sul genere che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata.”

Viene tralasciato in questa sede la discriminazione, internazionale, economica subita dalle donne la quale non contribuisce all’indipendenza economica, sebbene il mondo finanziario e non solo, abbia finalmente cambiato approccio.

Si pone l’accento su un fenomeno più ristretto quale quello perpetrato in ambito familiare, il quale amplifica la violenza di genere attraverso l’aspetto (comportamento) economico, più difficile da registrare come violenza.

Spesso finisce per sembrare normale anzi addirittura giusto che la gestione delle finanze dentro la coppia eterosessuale spetti all’uomo.

Ad ogni buon conto è utile precisare che assume il carattere di violenza economica e definita come tale:

limitare o negare l’accesso alle finanze familiari;

occultare la situazione patrimoniale e le disponibilità finanziarie della famiglia;

vietare, ostacolare o boicottare il lavoro fuori casa della donna;

non adempiere ai doveri di mantenimento stabiliti dalla legge;

sfruttare la donna come forza lavoro nell’azienda familiare o in genere senza dare in cambio nessun tipo di retribuzione;

appropriarsi dei risparmi o dei guadagni del lavoro della donna e usarli a proprio vantaggio;

attuare ogni forma di tutela giuridica ad esclusivo vantaggio personale e a danno della donna (per esempio l’intestazione di immobili).

Gli abusi economici, sebbene di natura trasversale, colpiscano maggiormente quelle persone che subiscono forme cumulative di discriminazione: donne molto anziane o molto giovani, con disabilità e dal background migratorio.

Ha radici ben precise in sistemi socioculturali che alimentano, favorendole, asimmetrie di potere.

Si traduce in esperienze di violenza, diverse e sfaccettate tra loro, a seconda dei contesti in cui si inseriscono, e si manifestano in modi differenti.

L’autore della violenza impedisce, limita o controlla l’uso delle risorse economiche e finanziarie della vittima e il suo potere decisionale, ad esempio monitorando le spese o facendo domande su come questa ha speso i propri soldi.

Sono, al tempo stesso, vittime sia di #sfruttamentoeconomico all’interno della relazione di coppia (il partner ruba denaro, beni o proprietà, oppure costringe la vittima a lavorare più del dovuto) che di #sabotaggio quando l’autore della violenza le impedisce di cercare, ottenere o mantenere un lavoro o un percorso di studi.

La violenza assume anche il carattere della interdizione nelle decisioni familiari e nelle scelte economiche.

Il carattere severo del fenomeno si osserva nel sondaggio realizzato da Ipsos per WeWorld, nel quale emerge come:

il 15% degli intervistati pensa che la violenza sia frutto di comportamenti provocatori delle donne;

il 16% degli uomini ritiene sia giusto che sia il marito o il compagno a comandare in casa.

A peggiorare il quadro è la fragilità della popolazione femminile da ascrivere al carico di cura familiare, non retribuito, il quale costituisce un incontrovertibile fattore di rischio: prendersi cura della casa a dispetto dell’accesso al mondo del lavoro retribuito incrementa la probabilità di essere vittima di violenza economica, quantificato nel 25,3%!!!

Ciò determina che:

il 21, delle donne in Italia; si trova in una condizione di dipendenza finanziaria e, ultimo preoccupante indicatore,

il 37% delle donne italiane non possiede un conto corrente, ovvero una carta prepagata!!!

nella totale assenza di autonomia economica finanziaria

Nelle relazioni di coppia esiste un atavico tabù afferente alla gestione finanziaria, la quale costringe le donne a subire sia le conseguenze della “dipendenza” che a delegare sulle scelte economiche del nucleo stresso.

La mancanza di un riconoscimento sociale del fenomeno fa sì che alcuni comportamenti di sopraffazione da parte degli uomini nella sfera finanziaria siano considerati “naturali”.

La consuetudine nella designazione del gestore delle risorse finanziarie del nucleo familiare, e del decisore delle scelte economiche, sebbene non sempre violenta, è un modello deliberato di controllo sulla capacità della partner di acquisire, conoscenze economiche/ finanziarie, di impiegare le provviste per progetti di vita quotidiani e di conservare risorse economiche per spese future.

Nei casi in cui il ruolo viene assunto “arbitrariamente” ovvero con violenza, produce effetti che si manifestano negativamente sulla loro salute fisica e mentale, ma anche dei loro figli, che soffrono di problemi psicologici e comportamentali.

Effetti negativi si registrano sulla situazione lavorativa, sulla produttività, sulla partecipazione alla vita pubblica.

Nei casi peggiori, in periodo di gravidanza, è causa di aborti, bambini sottopeso alla nascita, malattie della madre e anche morte del feto e della madre.

Tali conseguenze hanno un effetto anche sulla collettività in termini di costi diretti (sul sistema sanitario) ma anche indiretti sul lavoro delle donne, in termini di partecipazione al mercato del lavoro, di stabilità lavorativa, di produttività.

Per misurare l’abuso economico si fa riferimento in particolare alla “scala di abuso economico” (Sea), creato da diverse fonti e da interviste con donne vittime di violenza domestica.

Le categorie di abuso economico che emergono da questi studi sono tre:

#controlloeconomico,

#sfruttamentoeconomico e

#sabotaggiodelloccupazione.

Nel controllo economico rientrano vari comportamenti, vere e proprie tattiche:

a) limitare l’accesso alle finanze,

b) rifiutarsi di contribuire finanziariamente per beni di prima necessità o altre voci,

c) limitare l’accesso alle informazioni finanziarie o il coinvolgimento nel processo decisionale finanziario,

d) controllare la spesa delle famiglie.

Strategie di sfruttamento economico sono:

e) uso improprio delle finanze familiari;

f) danneggiamento di proprietà;

g) rubare proprietà, denaro o identità;

h) indebitarsi con la coercizione o in segreto;

i) cacciare la vittima dall’abitazione;

l) usare la ricchezza come arma o come minaccia;

m) vendita di oggetti domestici o personali necessari;

n) limitare l’accesso all’assistenza sanitaria o all’assicurazione; e o) negare o limitare l’accesso ai trasporti.

Infine, le azioni di sabotaggio dell’occupazione includono tutto ciò che riguarda l’interferenza o l’impedimento del lavoro di una partner.

Varie tipologie di sessismo

#SessismoEconomico

Il sessismo, ovvero la tendenza a giustificare, promuovere o difendere l’idea dell’inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile e la conseguente discriminazione operata nei confronti delle donne in campo interpersonale, sociopolitico, culturale, professionale ed economico, assume la qualificazione di violenza così disciplinata dall’art. 3 della Convenzione di Instabul: Con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

Avendo diverse facce, il sessismo economico non può essere affrontato risolvendo una causa e tralasciando le altre, si correrebbe il rischio di allungare i tempi d una trasformazione culturale e soprattutto della “consapevolezza femminile” che codifichi e riconosca immediatamente tutti sottili meccanismi alla base della stessa.

Vediamone alcune

#SessismoFamiliare

Adrienne Adams, nel 2011 definisce “abuso economico” la violenza economica, come subdola e sommersa con il fine di impedire alle donne la realizzazione del proprio benessere economico attraverso azioni puntuali e intenzionate perpetrate quotidianamente dai partner, rendendo la donna un “soggetto controllabile” attraverso azioni limitanti che limitino “la capacità di una donna di acquisire, utilizzare e mantenere le proprie risorse economiche” ed obbligandole ad una vita domestica non riconosciuta e priva di sostanziali gratificazioni. Una sora di “lavoro sommerso” definito da Ivan Illich “lavoro ombra” nel 2013.

Secondo L’Istat la violenza economica è “l’impedimento a conoscere il reddito familiare, di avere una carta di credito o un bancomat, di usare il proprio denaro e il costante controllo su quanto e come si spende” rendendo complicato il raggiungimento dell’autonomia finanziaria, la co-gestire le economie della coppia o della famiglia (assumendone il controllo), fino ad arrivare all’ appropriazione della paga e/o delle proprietà della partner, a scoraggiare o, in taluni casi, proibire di lavorare, impedendo di raggiungere livelli di istruzione maggiori.

#SessismoLavorativoProfessionale

Stabilisce una relazione di potere dell’uomo sulla donna, evidenziando la degradazione della donna e del suo ruolo nella società, attraverso una “divisione sessuale delle attività economiche” (Illich, 2013), divisione che ha visto gli uomini occupare professioni più prestigiose e meglio retribuite rispetto alle donne.

Analisi aggiuntive meritano: il lavoro a bassa retribuzione, il lavoro precario ed il part -time

#SessismoPoliticoSociale

L’assenza di una politica per le famiglie poco attenta alla conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro e di politiche sociali ed economiche poco attente alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sono la base di quella che Tsuchigane e Dodge chiamarono negli anni ’70 “discriminazione totale” e che è data dalla somma di tre tipi di discriminazione: quella della partecipazione, che si riferisce al numero di donne occupate nel lavoro extradomestico rispetto agli uomini; quella del reddito, che fa riferimento alla differente retribuzione a parità di lavoro; e, infine, quella legata alle professioni, che si verifica quando la percentuale di donne occupate nei lavori malpagati è più alta rispetto a quella degli uomini (1974).

La scienza economica teorizzando che le risorse economiche a disposizione di donne e uomini (lavoro, disoccupazione, salario o sussidi statali) abbiano un impatto sulla violenza, viene in soccorso al decisore politico fornendo indirettamente delle soluzioni economiche di buon senso, il cui effetto iniziale verrebbe ammortizzato nel lungo periodo, contribuendo indirettamente anche alla crescita demografica:

1) un aumento delle risorse economiche delle donne fa diminuire la violenza domestica perché aumenta il loro potere di contrattazione all’interno della famiglia;

2) l’aumento della disoccupazione maschile causa una diminuzione della violenza domestica, mentre l’aumento della disoccupazione femminile la fa aumentare;

3) in Messico, le donne che beneficiano di sussidi statali hanno una probabilità inferiore del 40 per cento di essere vittime di violenza.

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