Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza. Daniel J. Boorstin

Questa pagina è il frutto di un’idea stimolata anche dal consiglio di un amico. Ingiustificatamente accantonata, ha ripreso nuovamente forma sviluppando un progetto che partendo da qui, il cui obiettivo è, senza eccessive pretese, “fornire” pillole di tali argomenti per costruire le basi della propria “lungimiranza economica e consapevole”, fino ad articolarsi in un percorso educativo per le scuole di ogni ordine e grado.

Aforismi su Economia, Finanza, Assicurazioni e Fisco. Sebbene possano sembrare argomenti complicati, distanti e, talvolta, difficili. sono, gioco forza, alla base delle scelte economiche che si presenteranno lungo il proprio “ciclo di vita”, Conoscendoli, si potrà pianificare con lungimiranza l’allocazione del proprio risparmio e aspirare ad un futuro più sereno e sicuro.

Sono alcune della massime, talvolta ironiche, che riescono a spiegare concetti complessi che, di solito, sembrino accompagnare questi argomenti.

I livelli di alfabetizzazione e cultura economica, finanziaria e fiscale , degli italiani sono tra i più bassi riscontrati nelle economie avanzate per adulti e studenti. L’educazione finanziaria è l’unico processo che consente alle persone di accrescere tale competenza e ridurre buona parte di quegli errori se la competenza sia lasciata alla sola esperienza. Un’azione efficace di educazione finanziaria può considerarsi tale se l’offerta formativa consenta di ridurre la differenza tra ciò che si sa ed il livello minimo di ciò che si dovrebbe sapere, accrescendo in questo modo le proprie competenze.

Come funziona la macchina dell’economia – Il video si basa sul modello pratico di Dalio per comprendere l’economia, da lui sviluppato nel corso della carriera. Il video chiarisce concetti come credito, deficit, tassi di interesse permettendo all’ascoltatore di imparare le forze fondamentali che muovono l’economia, il funzionamento delle politiche economiche e i ricorsi dei cicli economici

di Ray Dailo

La bolla dei tulipani o tulipomania è stata una bolla speculativa sui prezzi dei bulbi dei fiori scoppiata nell’economia olandese del Seicento. Con molta probabilità la prima crisi documentata nella storia del capitalismo. Nella prima metà del XVII secolo, nei Paesi Bassi la domanda di bulbi di tulipano raggiunse un picco così alto che ogni singolo bulbo di tulipano raggiunse prezzi enormi (sopra a 200 Fiorini Olandesi). A partire dal 1636, il bulbo di tulipano diventò il quarto principale prodotto di esportazione dei Paesi Bassi — dopo gin, aringhe e formaggio. Il prezzo dei tulipani salì alle stelle a causa della speculazione sui futuri tulipani fra coloro che non avevano mai visto i bulbi.

Andrew Channel

La crisi economica del 1929 – La grande depressione, detta anche crisi del 1929, grande crisi o crollo di Wall Street, fu un grave tracollo economico che sconvolse l’economia mondiale alla fine degli anni venti, con forti ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. La depressione ebbe alla propria origine contraddizioni simili a quelle che avevano portato alla crisi economica del 1873-1895. L’inizio della grande depressione è associato con la crisi del New York Stock Exchange (la borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero), a cui fece seguito il definitivo crollo della borsa valori del 29 ottobre (martedì nero), dopo anni di boom azionario.

RassegnaEconomia

Lehman Brothers, storia di un sogno finito in un crack – Il crack della quarta banca d’affari americana, Lehman Brothers, costrinse il mondo a riflettere sulla forza, ma anche sulla fragilità del sistema finanziario globale. Una crisi finanziaria, innescata dalla crisi dei mutui subprime, che divenne presto economica mettendo in ginocchio le economia dei Paesi più ricchi. Un tracollo provocato da prodotti finanziari, i CDO, che contenevano pezzi di pezzi di mutui, in scatole dove i mutui sicuri a tripla A erano agganciati a mutui ad alto rischio. Ma qual è la storia di Lehman Brothers? E come si arrivò a quel terribile 15 settembre del 2008, quando i vertici della società dichiararono l’adesione al Chapter 11, (l’equivalente della nostra Legge fallimentare)?

Il Sole 24 ORE

La crisi dei mutui subprime – Fra la fine di luglio e l’inizio di agosto in quattro giorni gli indici delle borse azionarie mondiali hanno raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi precedenti e gli indici azionari europei quelli degli ultimi cinque. La crisi è stata caratterizzata dalle notizie sul fallimento di diversi fondi immobiliari collegati ai mutui ad alto rischio prima negli Stati Uniti e dopo anche in Europa.

Banche e società finanziarie che operano nel mercato dei mutui subprime e dei fondi immobiliari cominciano a monitorare i propri bilanci e soprattutto iniziano controllare i finanziamenti in corso e ad accantonare riserve per bilanciare possibili perdite legate alle insolvenze sui mutui subprime. Questa maggiore attenzione ai finanziamenti fra le banche e all’impiego dei capitali finisce per far crescere il tasso di sconto interbancario ossia il tasso d’interesse al quale le banche si prestano il denaro vicendevolmente. I timori finiscono per rendere sempre meno facile per gli operatori reperire capitali sul mercato.

Ma come si sono generate queste perdite per le banche? La maggior parte dei mutui secondari (o subprime) è stata concessa ai mutuatari statunitensi intorno agli anni 2000, ossia in un periodo in cui i tassi d’interesse della banca centrale americana (la Fed) erano particolarmente bassi. Si trattava dell’epoca in cui Alan Greenspan era alla guida della Fed e nel 2003 si giunse persino a un tasso d’interesse dell’1 per cento. Molti di questi mutui erano a tasso variabile o misto (metà fisso e metà variabile) ossia erano collegati al tasso d’interesse deciso dalla Fed. In altre parole le rate del mutuo crescevano all’aumentare dei tassi d’interesse e diminuivano con il loro decrescere. Con dei tassi bassissimi, addirittura all’1 per cento, la scelta di un mutuo a tasso variabile si tradusse quindi nel tempo in un grossolano errore, in quanto, come prevedibile, i tassi d’interesse in seguito crebbero e con essi le rate del mutuo per il popolo dei subprimer.

Trattandosi proprio di mutuatari subprime, cioè già a rischio di insolvenza, in molti casi la crescita delle rate condusse a diverse insolvenze. In questi casi le banche agiscono pignorando la casa su cui è stato acceso un mutuo e spesso in effetti gli stessi istituti di credito con la rivendita della casa alla fine ci guadagnarono. Il problema venne dopo, quando il mercato immobiliare (fino ad allora cresciuto enormemente) iniziò a dare segni di cedimento.

I prezzi delle case americane negli ultimi anni hanno iniziato a perdere quota e questo per le banche ha significato delle perdite in quanto il valore della casa che eventualmente pignoravano era inferiore alla somma di denaro prestata con il mutuo subprime tempo addietro. In altre parole spuntarono delle perdite anche per le banche e non solo per quelle che operavano con i mutui.

Il percorso usuale di questi mutui non si arrestava infatti alla banca presso cui si accendeva un mutuo, ma andava molto oltre. In genere infatti la banca, per assorbire il rischio e moltiplicare i profitti da commissione, cartolarizzava questi mutui. La cartolarizzazione dei mutui implica il loro raggruppamento in un’unica scatola che poi viene divisa in quote, ossia in molte parti uguali che poi vengono rivendute. Queste nuove scatole di mutui si chiamano Abs (asset backed security, ossia cartolarizzazioni coperte da asset che in questo caso sono appunto le case date in garanzia). Ogni quota quindi rappresenta un pezzo di una scatola piena di mutui garantiti dalle case stesse su cui sono stati accesi i mutui stessi. Le quote a loro volta hanno un rendimento perché oltre al valore della casa forniscono degli interessi che corrispono a una parte degli interessi pagati da chi ha acceso questi mutui. A loro volta questi abs venivano rivenduti a diversi altri operatori. Nel caso di abs con dentro dei mutui suprime il rendimento è maggiore perché i mutuatari pagano più interessi della media. A maggiore rischio, maggiore rendimento.

I vari operatori quindi compravano questi pezzetti di abs e ne incassavano gli interessi. Il gioco però non si fermava qua. Perché a loro volta questi pezzettini di abs finivano in altre scatole (scatole di scatole composte da pezzi di mutui quindi) che sono chiamate Cdo. I cdo (collateralized debt obbligation, ossia titoli di debito emessi a fronte di cartolarizzazioni) sono di fatto dei fondi suddivisi in quote che rendono un certo tasso d’interesse. Questi fondi come visto sono composti di una serie di cose diverse fra cui anche dei mutui subprime (in questo caso). Chi compra una quota di questi cdo incassa appunto gli interessi in gioco, magari senza sapere cosa c’è esattamente dentro la scatola di cui ha comprato un pezzo.

La cosa purtroppo si complicava spesso ancora di più perché magari le quote di un cdo finivano dentro altre scatole e in altri cdo ancora in un gioco di matriosche potenzialmente infinito e via via meno trasparente. Per la loro complessa composizione e origine i cdo sono stati poi soprannominati dalla stampa statunitense titoli “salsiccia”.

Il guaio è che queste salsicce e salsicce di salsicce a un certo punto diventavano tanto complicate e rimescolate che nessuno capiva più cosa c’era dentro. Le stesse agenzie di rating, ossia le società che danno un voto sulla sicurezza di questo genere di investimenti, evidentemente inconsapevoli della reale composizione di questi strumenti, hanno spesso assegnato a questi cdo la tripla A, ossia il più lusinghiero dei giudizi su un titolo di debito.

Quando però le insolvenze si sono moltiplicate e le perdite sono cresciute l’intero castello di carte è crollato e le stesse banche si sono spesso dimostrare incapaci di capire cosa c’era dentro strumenti finanziari che spesso anch’esse avevano acquistato.

Le insolvenze e la contemporanea crisi immobiliare hanno quindi generato delle perdite nelle banche e anche in altre banche che avevano comprato i cdo. Ora una delle caratteristiche degli strumenti derivati come i cdo e i loro derivati è quella di moltiplicare il rischio di chi investe nello strumento in questione: la somma di tanti strumenti ad alto rischio moltiplica infatti i rischi corsi dall’investitore e con essi perdite e guadagni. Per questo motivo le perdite sono pian piano cresciute col crescere della stratificazione di cdo su cdo, di salsiccia su salsiccia. Si è giunti così al fallimento di diversi fondi e a consistenti e a volte insostenibili perdite nel bilancio di intere banche che operavano nel settore. Spesso inoltre le banche si sono sentite costrette a “tirare la cinghia” e questo ha significato, fra l’altro, un minore finanziamento ai fondi di private equity, delle società finanziarie che con la loro politica di conquiste e di rivendita delle società spesso contribuiscono a tenere elevati i prezzi delle stesse società quotate. Alla fine, inevitabilmente, queste perdite dirette e indirette si sono ripercorse sulle borse, con delle perdite sulle piazze finanziarie più importanti del mondo e con degli effetti ancora oggi difficili da quantificare. (fonte Borsa Italiana)

Giovanni Minoli racconta la crisi del 2008 ed Occupy WallStreet – Pubblicato da joe’s Radio
Crisi dei Subprime – CDO e CDO sintetico- pubblicato da Sigillo 7 – Scene del film “La grande scommessa”

L’Italia a 10 anni da Lehman Brothers – Grandi Eventi School of Management

MIP Politecnico di Milano

Economia e finanza – Non è mai troppo tardi – Ricchezza e indebitamento – La Banca d’Italia presenta una nuova collana di video di educazione finanziaria dal titolo Economia e finanza. Non è mai troppo tardi, realizzata in collaborazione con Paolo Mieli e con Orizzonti TV.

Banca d’Italia – Eurosistema

Perchè l’Italia non cresce Conferenza di Carlo Cottarelli


PoliMi

Il debito italiano: perché è un problema e come liberarseneCarlo Cottarelli

yoicafoscari
Derivati: uno strumenti per coprirsi dal rischio o per speculare? di Marco Pavoni
Polmi OpenKnoweld – Il video è stato realizzato nell’ambito del MOOC “Finanza Per Tutti” prodotto da Politecnico di Milano in collaborazione con Altroconsumo.

Come funziona lo schema Ponzi – Tutto comincia nel 1903 quando il ravennate Carlo Ponzi  sbarca negli Usa. A quel tempo era comune che le lettere per l’estero includessero un “buono” per l’acquisto di un francobollo per la risposta: i buoni avevano un costo diverso in ciascun Paese, ma il loro controvalore in francobolli era lo stesso dappertutto.

Con i tassi di cambio e postali fluttuanti, Ponzi capisce che i coupon per francobolli – tempo poche settimane o mesi – avrebbero aumentato di valore. Così, attraverso una rete di contatti in Italia, inizia a rastrellare quelli che gli emigranti inviano ai loro parenti, per rivenderli sul mercato americano.

Forte dei primi guadagni ottenuti con questa scaltra forma di arbitraggio, Ponzi apre una società e incoraggia amici e colleghi a scommettere sul suo schema, promettendo tassi di rendimento sugli investimenti del 50% in 3 mesi. La voce comincia a diffondersi e nel giro di due anni la rete Ponzi ha dipendenti e clienti in tutto il Paese, al punto che al suo apice, nel 1920, ha accumulato un patrimonio di centinaia di migliaia di dollari (una fortuna, per l’epoca).

Il suo business, però, non è solido come Charles sostiene. Anzi, non è nemmeno un business: Ponzi infatti paga i rendimenti promessi con il denaro dei nuovi investitori, che affluisce copioso nelle sue casse, e non con i guadagni. È il primo, perfetto schema piramidale.

Fonte Focus

Mr Cognito

Bernard Madoff. Il truffatore finanziario – Ha iniziato la sua attività come broker negli anni sessanta reinvestendo gli utili della sua attività di bagnino a Long Island. Man mano che la sua impresa, la Bernard Madoff Investment Securities, cresceva di dimensioni, ha assunto molti familiari, a partire dal fratello Peter e dai figli Mark e Andrew. La sua reputazione personale, specialmente nella comunità ebraica, era così grande da essere stato soprannominato Jewish Bond (Obbligazione ebraica) L’11 dicembre 2008 Madoff è stato arrestato dagli agenti federali, accusato di aver truffato i suoi clienti causando un ammanco pari a circa 65 miliardi di dollari (60 miliardi di euro). La sua società si è infatti rivelata come un gigantesco schema Ponzi. Tale sistema deve il suo nome a un italiano immigrato che agli inizi del ‘900 per primo lo mise in atto su grande scala, e consisteva nel promettere fraudolentemente agli investitori alti guadagni pagando gli interessi maturati dai vecchi investitori, con i soldi dei nuovi investitori. Rispetto agli altri hedge fund Madoff non vantava profitti del 20~30% ma si attestava su un più credibile rendimento del 10% annuo, costante nonostante l’andamento del mercato. La truffa consisteva nel fatto che Madoff versava l’ammontare degli interessi pagandoli con il capitale dei nuovi clienti. Il sistema saltò nel momento in cui i rimborsi richiesti superarono i nuovi investimenti. Nell’ultimo periodo le richieste di disinvestimento avevano raggiunto una tale cifra, circa 7 miliardi di dollari, che Madoff non fu più in grado di onorare la remunerazione degli interessi promessi con le risorse finanziarie disponibili. La dimensione della truffa messa in piedi da Madoff è almeno tre volte più grande dell’ammanco causato dal crac Parmalat. Licenza Attribuzione di Creative Commons (riutilizzo consentito)

L’evoluzione monetaria – Dal baratto alla moneta. “Il denaro è la merce universale: cioè a dire è quella merce la quale per la universale sua accettazione, per il poco volume che ne rende facile il trasporto, per la comoda divisibilità, e per la incorruttibilità sua è universalmente ricevuta in iscambio di ogni merce particolare.” Pietro Verri